Sento il desiderio, prima di iniziare lo svolgimento della relazione che mi è stata proposta, di ringraziare l’Ente Autonomo Fiere di Verona e l’Associazione Nazionale Erboristi Piante Officinali per l’occasione datami di partecipare a questa Giornata dell’Erborista dissertando su un tema a me particolarmente gradito, la cui attualità risalterà senza dubbio all’attenzione di coloro che ascoltano.
Ho inoltre il piacere di sottolineare l’interesse tutto personale che porto all’argomento sia per la mia formazione, maturata nel corso dello studio delle Scienze Naturali, sia per una vera passione interiore che mi vede, oramai da molti anni, impegnato sul fronte naturalistico, nel settore della conservazione della natura e delle sue risorse, settore che oggi è di moda chiamare ecologico.
Come l’informazione e l’educazione naturalistica possano avere rapporti anche con l’erboristeria sarà al centro dell’analisi che cercherò di offrire più avanti; dapprima sembra opportuno ricordare come nel nostro Paese esista da tempo un pericoloso deficit a livello dell’insegnamento, dello studio e dell’applicazione di tutte quelle discipline che vanno raggruppate nel settore delle Scienze Naturali.
Questo fenomeno può essere largamente ricondotto, come osservava con piena cognizione di causa il mio illustre maestro Prof. Alessandro Ghigi, alla diatriba politica maturata con la riforma Gentile che portò ad un declassamento delle discipline scientifiche nelle scuole medie superiori fino a ridurle a vere «cenerentole», naturalmente a favore di quegli studi pseudo-umanistici che hanno condizionato la formazione di tutte le classi sociali, con particolare riguardo a quelle politiche manageriali, le quali evidentemente ora condizionano l’assetto del nostro Paese. Stante questa situazione di fondo l’attuale rimonta delle Scienze Ecologiche, e naturalmente anche quella degli studi e delle applicazioni erboristiche, ha a mio avviso tutte le caratteristiche della cultura del dissenso, intesa questa come ribellione ad un sempre più discutibile «status quo », nonché come tentativo di lotta a certi «dogmi», la cui assoluta validità ora non può più essere confermata come accadeva in un passato recente. A sostegno di quanto vado affermando mi si permetta di suffragare dette asserzioni con l’esposizione di due sole tesi. La prima sostiene che la ricerca delle sostanze farmacologicamente attive sente oggi il bisogno di orientarsi verso categorie di composti chimici aventi sopratutto caratteristiche di elevata biodisponibilità e bioaffinità. Come seconda tesi mi piace sottolineare, come i recenti e mai sopiti scandali originati dall’impiego di pericolose sostanze di sintesi, abbiano portato alla ribalta della «nuova» (si fa per dire!) medicina l’antico detto che afferma: «prima di tutto non
nuocere».
Ritorno ora alla questione che sollevai poco fa, quella delle gravi carenze di informazione e dei susseguenti difetti di formazione che devono imputarsi fondamentalmente alla superficialità, alle lacune esistenti nella scuola. C’è da chiedersi veramente come tante e tante persone cui sono affidati incarichi delicatissimi, ad esempio quelli di programmazione economica o di definizione dell’assetto del territorio, possano adempiere alle loro funzioni con capacità e cognizione di causa senza essere coscienti a livello di formazione scolastica, di feno- meni così condizionanti lo stesso fluire della vita sul pianeta Terra come, ad esempio, quello dell’irraggiamento solare, quello della fotosintesi oppure quello dei cicli biologici.
Il tentativo di giustificare simili carenze della informazione e formazione strutturale di un individuo con la possibilità di delegare i singoli problemi a degli specialisti porta inevitabilmente al fenomeno della tecnocrazia, con tutte le tristi conseguenze di cui essa induce la maturazione, conseguenze che raggiungono gli apici in quelle crisi di sovraccumulazione e di riproduzione, così magistralmente descritte da André Gorz.
Nel titolo della relazione che sto esponendo vengono utilizzati due termini: «informazione ed educazione», termini sui quali da lungo tempo esiste un equivoco utilizzo. Oggi a me sembra necessario sottolinearne la distinzione, specificarne l’esatto significato per evitare equivoci ed incomprensioni. Occorre soltanto fare un po’ di attenzione per comprendere quanta e quale sia la differenza che tra loro intercorre; l’educazione va intesa come formazione di mentalità e di atteggiamenti comportamentali su una determinata linea finalizzata a certi scopi che per quanto nobili, proprio perché imposta senza possibilità di libera scelta, deve essere qualificata, senza mezzi termini e senza eufemismi, con il nome di propaganda.
L’informazione, invece, tutto al contrario, consiste nel fornire un panorama, una messe di dati e notizie le più ampie e complete possibili a colui che ne è il destinatario e che nel momento in cui si pone nella condizione di discendente non assume una posizione culturale che lo porta soltanto passivamente ad ereditare una serie di dati, ma lo stimola a ripercorrere sinteticamente quegli iter analitici che hanno condotto altri, prima di lui, al risultato, alle conclusioni. Questo atteggiamento comporta la continua verifica di posizioni oggettive, che, proprio per confermarsi valide, debbono essere dimostrate da «cervelli nuovi» di persone che possano usufruire di tutte le più recenti acquisizioni del pensiero umano, maturate nell’evolversi del tempo.
Una convinzione personale, forse molto istintiva, è quella relativa al dovere di tutti «gli addetti ai lavori» di fornire una informazione esauriente, rigorosa, aggiornata con il solo scopo di preparare un terreno su cui sia possibile il passo successivo che è quello che induce la maturazione, la riflessione, il conseguente comportamento, cioè in definitiva l’educazione.
Tutto ciò si fonda sulla convinzione, fortunatamente suffragata dal parere di altri, che la specie umana, l’uomo, non è come taluno vorrebbe far credere maligna e portata alla distruzione della sua stessa entità, ma che per natura intrinseca, per pressione evolutiva è tutta protesa, come anche l’etologia ci insegna, ad assicurare in modi e con mezzi differenti la sua sopravvivenza.
Questo concetto di «cultura vivente» non trova purtroppo spazio nelle istituzioni; la scuola ne è quasi certamente la maggiore responsabile per il fatto che ci insegna soltanto ad esercitare quanto ci ha fornito come specializzazione scolastica, scoraggiando l’autonomia e la polivalenza, prevedendo per ogni problema lo specialista, l’autorità competente, il tecnico ed indirettamente assicurando così a degli oligopoli il controllo di tutti i consumi, quello culturale compreso, considerato che la cultura sembra oramai estratta, prelevata dal tessuto dei rapporti sociali, delle comunicazioni dell’uomo con l’ambiente in cui è nata.
Dopo le considerazioni che ho voluto esporre mi sia permesso di spingermi un poco sul terreno di alcune riflessioni più direttamente collegate all’erboristeria in rapporto alla funzione da questa esercitata sugli individui dell’attuale società. Riaffermando la premessa che una corretta e completa informazione scientifica porta inevitabilmente ad una sana educazione naturalistica mi sembra oltremodo giusto sostenere come il mondo dell’erboristeria abbia particolari doti di stimolo che portano sempre all’approfondimento degli studi, delle indagini intraprese da chi, neofita di questa disciplina, ne comincia a percorrere i sentieri.
Il mondo vegetale è per sua intrinseca natura ricco di potenzialità stimolanti l’intelletto ed anche, al contempo, allettanti per le conseguenti implicazioni teorico-pratiche o speculative che ne derivano. Come esempio possa citare alcuni settori che vanno oggi dallo studio della biosintesi e del significato degli alcaloidi, a quello ricco di potenzialità delle sostanze ormonali, all’altro sulla cresta dell’onda delle molecole ad attività antibiotica oppure al settore più nuovo della ricerca sui cosiddetti fitocomplessi per accennare solo da ultimo alla grande riscoperta dei nostri giorni, quella del ritorno all’uso dei «semplici».
Da questi spunti così stimolanti si intravedono orizzonti di importanza essenziale, assolutamente non secondi come taluno crede a qualsivoglia argomento delle Scienze Fisiche e Naturali, in grado, potenzialmente nel nostro Paese e praticamente in molti altri, di stimolare la ricerca, di dare vitalità ed interesse, cervelli e braccia nuove a settori il cui sviluppo è testimonianza di una reale crescita culturale e scientifica. Se si è convinti della crisi di certi modelli di sviluppo sui quali fino ad oggi si è fatto riferimento occorre rifiutare l’utopia di uno sviluppo continuo della produzione sperando che questo porti ad un «miglioramento delle condizioni di vita e che tutto ciò sia materialmente possibile ».
Ecco perciò che «l’utopia non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita economica ed il rovesciamento dell’attuale modo di vita», e che in questa ottica un ritorno alla natura, all’erboristeria alle «tecnologie dolci» è una proposta concreta di educazione naturalistica, al passo con i tempi, nell’ottica di una «morale nuova » e lungimirante. Se stiamo assistendo al fermento, alla comparsa di certe tendenze c’è da chiedersi se questa reviviscenza riassumibile, ad esempio nel trinomio natura-ecologia-erbe abbia in realtà anche altri significati; se oltre l’interesse scientifico, etico quello speculativo vi si possa introdurre deteriorandone le nascoste, ma allettanti prospettive.
Perché il fenomeno delle riviste e dei libri sull’erboristeria sta esplodendo? perché oggi tante tisane o tante linee cosmetiche incernierate sulle erbe? è solo moda? è solo speculazione? oppure c’è anche la constatazione spontanea di una efficacia terapeutica priva di quei rischi che la razionalità neo-ippocratica si sente in dovere di combattere affermando che prima di tutto occorre non nuocere? Potrebbe essere questo il segno di una sentita necessità interiore di allinearsi ed integrarsi nei sistemi naturali, lì proprio dove tanti e tanti segni indicano all’uomo il preciso posto che gli compete. Sono ipotesi piuttosto ardite che non sono in grado di sostenere con argomenti di stretta logica e di razionalità; sento però la necessità di esporvele magari per fornire argomento di dibattito.
Ho precedentemente accennato all’importanza della stampa divulgativa in materia di piante officinali e mi sia consentito riprendere sommariamente l’argomento per auspicare quanto non sarà mai abbastanza ripetuto, cioè invocare ancora il rigore, la precisione, la onestà che la deve ispirare. È mia convinzione che divulgatori non ci si improvvisi; una cosa è trasmettere alcune personali e limitate esperienze, un’altra e ben tutt’altra cosa è fare opera di seria informazione e di larga divulgazione. Alludo quasi con rabbia alla fin troppo evidente commercialità di tanta carta stampata sull’erboristeria che non ha altro scopo che quello di conquistare una concreta fetta di mercato, di accaparrarsi una parte dei profitti offerti. Un discorso similare deve essere onestamente fatto anche per i corsi di erboristeria che in ossequio alla vecchia legge o talvolta in barba anche a quella vengono organizzati qua e là. Un recente studio apparso sulla Rivista di Erboristeria ci indicava con chiarezza come coloro che fruiscono di questo tipo di insegnamento non lo facciano soltanto con la prospettiva di una applicazione pratica, per intenderci l’apertura di un esercizio commerciale, ma in larga parte al fine di assecondare il desiderio di arricchire un po’ le proprie conoscenze circa le risorse offerteci dall’ambiente, circa i modi di applicare praticamente certi propositi una volta esclusivi dei movimenti naturalistici. Viene pertanto logico domandarsi se di fronte a queste richieste culturali sia possibile rispondere soltanto con attività episodiche come i predetti corsi. Va rilevato al contempo come ad una domanda che abbiamo visto essere di tipo sostanzialmente nuovo troppo spesso si risponde ancora con formule accademiche piuttosto triste, che risaltano ancor più se messe al con- fronto con gli sforzi lodevolissimi fatti da taluni docenti per adeguare nella sostanza e nella forma tutto lo sforzo didattico ed anche quello logistico. Se a livello universitario esistono queste difficoltà possiamo ben immaginare in quale situazione si dibattano i quadri intermedi a cui praticamente dovrebbe essere demandata la parte più capillare ed attiva della divulgazione e dell’informazione; alludo agli insegnanti delle scuole medie superiori e di quelle inferiori ed ai maestri delle elementari.
In questo quadro va osservato come il sistema di completa delega agli specialisti impostoci con l’educazione scolastica porta inevitabilmente ad una dequalificazione dell’amatore e si assiste così a quel fenomeno grave e preoccupante che è la perdita di tutto un patrimonio culturale, quello dell’utilizzo di tante erbe medicinali ed alimentari, comune alla nostra civiltà contadina fino a pochi decenni fa. La necessità del recupero di queste preziose tradizioni, avvertita dal punto di vista culturale anche da letterati ed umanisti comporta una riflessione dapprima sui modelli culturali che si sono imposti e poi sulla evidente necessità di proporre e dibattere soluzioni in grado di non farci perdere un prezioso patrimonio la cui dimensione «a misura d’uomo» appare assai evidente. Ecco quindi che nell’ambito di tutta la problematica generata da una corretta conoscenza delle scienze natu- rali si impone anche il problema di integrare le differenti branche del- l’erboristeria per ottenere quella che è stata definita «l’espansione della società civile» che in pratica dovrebbe coincidere con le ristrutturazioni proposte nei modelli dei movimenti ecologisti.
Altre relazioni di questa mattinata hanno proposto o proporranno temi strettamente inerenti la funzione di informazione ed educazione naturalistica che spetta all’erboristeria. Per concludere quanto ho finora prospettato mi siano consentiti due soli spunti, uno relativo alla funzione importantissima esercitata dagli orti botanici e l’altro a proposito delle prospettive emergenti dai progetti di legge regionali per la disciplina delle attività erboristiche.
È fuori dubbio affermare quale positiva funzione possano esercitare queste antiche istituzioni; gli orti botanici che in tempi passati avevano goduto di eccezionale splendore ora si dibattono in difficoltà tali da compromettere la loro stessa sopravvivenza. Se maturasse una sensibilità politica a questo riguardo noi potremmo contare nella ripresa degli Orti stessi e soprattutto sperare nella possibilità di vederli centro e fulcro di attività collaterali, incernierate sulla divulgazione e sullo studio anche dell’erboristeria e delle attività con questa connesse. Una struttura moderna degli stessi si propone con una maggiore decentralizzazione delle sedi universitarie, con realizzazioni che vuole ricostruiti su piccola scala prototipi degli ambienti naturali e che ha il suo pezzo forte non nella coltivazione stentata, costosa e spesso poco utile a fini didattici di strani esotismi, ma nella possibilità di porre a disposizione del visitatore, dello studente, dell’erborista dilettante e del professionista quelle entità sistematiche di cui non sempre in natura è agevole l’incontro, il riconoscimento, la possibilità di studio. Gli orti botanici inseriti nel pieno collegamento della realtà territoriale in cui si trovano, dotati del personale e delle strutture necessarie alla loro gestione ed in grado di esplicare le funzioni a cui prima si è accennato sarebbero un punto determinante per realizzare una politica di concreta qualificazione erboristica, intesa nella più ampia accezione del termine.
Per quanto riguarda le prospettive rapportate all’educazione naturalistica emergenti dai progetti di legge a me sembra che queste vadano ulteriormente rafforzate perché non si perda, incentrando tutta l’attenzione sugli aspetti giuridici, commerciali ed agricoli della problematica, l’occasione di fornire alle popolazioni un servizio di informazione, di studio e di partecipazione sociale come quello che le nuove realtà regionali, delle comunità montane, degli stessi comuni o di altre istituzioni sarebbero in grado di offrire. In una prospettiva di riforma sanitaria che coinvolga globalmente una partecipazione di base è fondamentale prevedere una rete capillare che consenta il recupero o l’acquisizione di tutte quelle esperienze erboristiche, una volta patrimonio culturale dei nostri padri e che ora, finite nel dimenticatoio, rischiano l’annichilimento.
Educazione è un termine a senso compiuto solo se accettato nella sua globalità. Per questo quando si disserta sull’erboristeria, sulle discipline che vi confluiscono o che comunque concorrono alla sua caratterizzazione è richiesto un impegno generalizzato perché è matematicamente certo che il progresso dell’umanità lo si realizza soltanto in sintonia con l’ambiente, con un impegno integrale, soprattutto cercando di leggere senza errori ed omissioni, come affermava Galileo, nel «grande libro della Natura».
Gianluigi Mazzufferi