La trama sottile e geometricamente ordinata dei filari di viti, la (distribuzione solo apparentemente
casuale delle grandi querce isolate, o allineate lungo i sentieri, o disposte
a piccoli gruppi, l’equilibrata disseminazione delle case coloniche conseguente all’appoderamento frazionato quanto intenso e la marginalità delle aree a bosco ed a prato rispetto
alla dilagante presenza dei coltivi sono state fino a ieri, nell’agricoltura marchigiana – per usare l’espressione di un agronomo maceratese di età napoleonica – il frutto di «un sistema che riuniva l’utilità all’avvenenza», maturato in dieci secoli di sapiente lavoro contadino e di concordi sforzi collettivi per riappropriarsi di un territorio inselvatichito e degradato dal crollo della compagine demografica e politica dell’Impero romano.
Non trasformare un’occasione di crescita economica e sociale nell’avventata e incontrollata distruzione
di un delicato e fragile equilibrio соstruito lungo l’arco di un millennio è indispensabile, nell’interesse di una più razionale agricoltura e di una utilizzazione economicamente più corretta delle risorse. Purtroppo, invece, le conseguenze di ben noti processi in atto, quali – per citare i più evidenti – il rapido spopolamento della montagna e dell’alta collina e la congestione di insediamenti abitativi e produttivi lungo la fascia costiera e nei fondovalle non stanno sfociando soltanto nella naturalizzazione delle aree di montagna, nella deruralizzazione di vaste fasce collinari e nella crescita disordinata e casuale dei centri abitati, ma, in mancanza di ogni controllo pubblico e di una sensibilità collettiva, stanno po12
nendo le premesse di uno sfacelo geomorfologico di enormi proporzioni.
Anche il più disattento osservatore, percorrendo le strade della regione marchigiana, non può non notare anzitutto l’infittirsi, sui fianchi delle montagne nei letti dei fiumi e a ridosso delle spiagge, di cave di materiali (pietre, breccia, sabbia,) che non solo aprono profonde e deturpanti ferite in paesaggi di grande suggestione (Conero, Gola della Rossa, Arcevia, ecc), ma pongono le
premesse di ulteriori fenomeni di degrado. Ugualmente vistoso è l’infoltirsi e l’inselvatichiti e improduttivi, quasi soltanto nelle aree derulizzate.
La policoltura, legata all’autosufficienza del podere mezzadrile, sta dunque scomparendo, sconfitta dallo spopolamento delle campagne, dal progressivo ritrarsi della mezzadria e, soprattutto, dall’espansione
dell’azienda capitalistica. Ma questo vale anche nei minuscoli appezzamenti di coltivatori diretti, ostretti, se vogliono ricavare qualcosa dalla terra, a lavorarla sempre tutta, anche quando la giacitura del fondo lo sconsiglierebbe. L’invito che rivolgiamo è quello di meditare sui modi di questa espansione sregolata perché, nonostante si avvalga quasi sempre di capitali forniti dalla collettività, è mossa unicamente dalla logica del profitto aziendale calcolato sui tempi brevi e trascura completamente le implicazioni sociali del proprio operato.
Le profonde arature collinari lungo le linee di massima pendenza e su grandi e piccole superfici, con l’eliminazione totale delle scoline trasversali, ripropongono, centuplicati dalla potenza degli attuali mezzi meccanici, i danni irreparabili delle lavorazioni «a ritocchino». Un tecnico agricolo, nel recente convegno di Ascoli Piceno su «Cultura agricola e urbana nel Piceno dopo l’Unità», ha calcolato con credibile approssimazione che in conseguenza di queste tecniche aratorie si avrebbe un
asporto annuo di humus di almeno 900 grammi per metro quadrato, con una corsa rapidissima verso il
totale esaurimento della fertilità naturale, certo non recuperabile con il sempre più intenso uso di concimi chimici. Aggiungiamo a questa prima constatazione l’abnorme estensione delle colture di mais e di barbabietole, che lasciano quasi del tutto indifeso il suolo su cui insistono, l’abuso del ristoppio per
la ricerca esasperata di profitti immediati (con la conseguente eliminazione degli erbai pluriennali più
resistenti la dilavamento) ed infine l’espansione, soprattutto nelle aree di alta collina, del vigneto specializzato a filari molto distanziati e diserbati chimicamente, che non oppongono quasi nessun freno allo scorrimento delle acque piovane ed avremo un quadro abbastanza chiaramente delineato degli equilibri secolari che ci si stanno rapidamente alterando con conseguenze che, senza tema di esagerare, potranno ben presto risultare catastrofiche.
Sono infatti sotto gli occhi di tutti il rapido intensificarsi su tutta la collina marchigiana delle erosioni,
degli smottamenti, delle frane e la formazione di calanchi che non toccano più soltanto le porzioni pur
vaste di suolo argilloso, ma si estendono ormai anche ai più solidi terreni agrari.
S. Anselmi, G. Mazzufferi
R. Paci, E. Sori


