07/11/2022
di Gianluigi MAZZUFFERI
Biologo, naturalista, giornalista pubblicista
Un patrimonio complesso in un ambiente fortemente antropizzato.
Come si conservano significative testimonianze di secoli nella storia delle Marche
“Il bel paesaggio agrario marchigiano non è un dono o un dato naturale, ma il prodotto di secoli di intelligente e cauto intervento dell’uomo, che ha saputo lavorare i suoli, umanizzandoli, senza mai creare squilibri tali da compromettere il territorio”.
(dal riquadro di copertina del volume “Insediamenti rurali, case coloniche economia del podere nella storia dell’agricoltura marchigiana, a cura di Sergio Anselmi, Jesi, 1985)
Nella lettura del territorio risulta fondamentale, come già previsto in “Annali di agricoltura del Regno d’Italia”, che lo strumento per leggere correttamente il territorio sia quello del “metodo e dei mezzi acquisiti dalle scienze naturali”.
Basandosi su questo metodo, l’autore, naturalista, analizza il settore basso collinare della regione Marche da almeno venti secoli, sempre caratterizzata da una profonda presenza antropica.
Sulla costa adriatica il paesaggio è dunque sempre costantemente alternato tra pascoli e boschi, tra viti e orti, sempre rammentando come, in talune aree, sia sempre evidente il tracciamento geometrico dell’impianto fondiario romano. L’agricoltura è quindi costretta ad erodere e ad appropriarsi delle aree boschive, con fenomeni che si sviluppano a fasi alterne a seconda delle variazioni delle popolazioni, o delle grandi crisi, quando ve ne siano state.
Nel procedere dei secoli si è così sviluppato un tessuto che avrà poi come fulcro indiscusso l’abitazione rurale il cui insieme costituisce un patrimonio complesso che caratterizza fortemente il paesaggio della regione Marche rappresentando una significativa testimonianza della storia e dell’evoluzione del territorio nella regione.
The use of methods and instruments derived from natural sciences is fundamental in “reading” the territory; basing on this methodology the author, naturalist, analize the low hill sector in Marche region in Italy that since twenty centuries is characterized by strong people presence. On Adriatic coast so landscape is always alternating between pastures and woods, vinegards and vegetable gardens always keeping in mind that in some area is evident the geometric drawing of roman land plan. Woodland are eroded by agricolture with fluctuations based on variation of population and economic crisis. During the centuries has been grown a particular landscape that has as its fulcrum the typical rural house; the housed complex is the main element of rural landscape in Marche region representing a significative witness of history and landscape evolution in the region.
Già negli “Annali di agricoltura del Regno d’Italia” si osservava come lo strumento per leggere correttamente il territorio fosse quello del “metodo e dei mezzi acquisiti dalle scienze naturali“. Sarà questo modello che seguiremo anche in questo breve scritto, come di regola avvenuto negli studi e nelle ricognizioni fatte in oltre cinquant’anni.
La parte più importante di questa regione, delle Marche, da almeno venti secoli, è senz’altro il “settore basso collinare“, sempre caratterizzata da una profonda presenza antropica.
Come ben noto il primo risultato degli insediamenti è stato la “capillare distruzione del primitivo manto forestale che ricopriva la regione”. Diverse fonti provano come già i Galli Senoni, gli Umbri ed i Piceni coltivassero la vite e l’olivo. È un dato di comprovata evidenza come l’uomo, da cacciatore e poi da allevatore, sia divenuto agricoltore, radicandosi fortemente sul territorio su aree che, nel centro Italia, erano caratterizzate da una ampia foresta di latifoglie.
Emilio Sereni, nella sua fondamentale “Storia del paesaggio agrario italiano”, ricordava come nel nuovo sistema agronomico, detto “del debbio“, il suolo venga “liberato dal mantello vegetale“. Così è avvenuto un po’ dappertutto anche con l’impiego del fuoco, fino a giungere alla più recente coltura “aratoria” che comunque sembra fosse già presente sulle sponde adriatiche fin da epoca arcaica.
Anche nella topografia odierna si rinvengono i segni di una antica “regola perfetta“.
Si tratta della “centuriazione” cioè della sistemazione del territorio agricolo secondo precise caratteristiche geometriche che risalgono al disegno della colonizzazione romana di oltre un secolo prima di Cristo.
Si può ben dire che sulla costa adriatica il paesaggio sia, da sempre, costantemente alternato tra pascoli e boschi, tra viti ed orti rammentando come, in talune aree, sia evidente il tracciamento geometrico dell’impianto fondiario romano.
Per forza di cose l’agricoltura è costretta ad erodere, ad appropriarsi delle aree boschive, ma questo fenomeno avviene in maniera alternata, oscillante nel tempo. Queste variazioni sono sempre in stretto rapporto con gli incrementi di popolazione o con le grandi crisi, quando ve ne siano state.
Nel procedere dei secoli si è così sviluppato un tessuto che avrà poi come fulcro indiscusso l’abitazione rurale.
Questa disporrà di una quantità di terra (e di diritti d’uso, si noti, anche questi assai importanti) comunque sufficienti alla sussistenza degli abitanti.
Attorno all’anno mille si assiste all’inizio di quel fenomeno che porterà a possedere un campo da “far presidiare” ai contadini. Vedremo che presto costoro saranno in grado anche di provvedere alle “derrate alimentari per i centri murati“.
Negli anni, con l’evoluzione dei contratti di “soccida” e di “pastinato“, si arriverà a quello classico della “mezzadria “, su tutto questo territorio.
Con fasi alternate (ad esempio per le numerose e ricorrenti epidemie di peste), le colture cerealicole e le vigne comunque resisteranno bene.
Con il passare del tempo cambierà anche l’alimentazione e si imporrà la coltivazione del grano, anche perché facilmente trasportabile e conservabile.
In parallelo verranno migliorate progressivamente le tecniche agricole attraverso due caratteristiche abbinate, cioè quelle pratiche che consentono di sfruttare e al contempo conservare al meglio, i suoli agrari. Così verranno impiegati sempre più i buoi da lavoro, tanto che quando il “signore” del luogo procedeva alla concessione di terreni ai villici a questo atto abbinava anche la donazione di un paio di pregiati bovini.
Il contratto di mezzadria (che è quindi di origini medievali) faceva sì che il proprietario del fondo affidasse al “mezzadro” la lavorazione e la gestione. Il tutto secondo patti molto precisi e dettagliati, con l’obiettivo finale della “divisione dei profitti“. L’accordo ha visto, nei secoli, sempre la divisione a metà (tranne che negli ultimissimi anni, quando sono state modificate le percentuali a favore del mezzadro), mentre poi nel 1964 si è giunti a vietarne la stipula.
Comunque con questo tipo di gestione si è avuta costantemente la presenza certa ed attiva dell’uomo sul territorio, ottenendo anche il risultato di una popolazione molto ben distribuita. In particolare ciò ha consentito un continuo e capillare governo delle acque ed una intensa cura dei terreni, nel loro complesso.
Potremmo quindi definire questo contratto, pur con tutti i limiti sociali emersi nel tempo, un esempio di saggio ed equilibrato rapporto con la natura.
A questo proposito sono molto interessanti le notazioni di viaggiatori, illustri o meno che siano, che raccontano ripetutamente sia della fertilità di queste campagne, sia del grande continuo e versatile lavoro dei contadini. Lo fanno in maniera entusiasta scrivendo, ad esempio, come dai “luoghi più sterili si traggono grano e frutti eccellenti.
Nella seconda metà del secolo scorso, con la legge che ha posto fine al contratto di mezzadria, in contemporanea anche per effetto del massiccio esodo postbellico dalle campagne (con una fuga che non si era mai verificata, nemmeno con le migrazioni del ‘900) si è avuta l’irruzione, per altro giusta ed inevitabile, della meccanizzazione.
La cosiddetta “conduzione diretta” è esplosa di colpo dappertutto, producendo contemporaneamente anche danni gravi ed evidenti su suoli e soprassuoli.
Questa nuova fase di gestione agronomica ha comunque lasciato sempre presenti, sul territorio di tutta la regione, le colture cerealicole, le sarchiate, i vigneti e, magari più limitatamente (anche per il crollo dell’allevamento diffuso) quello delle foraggere.
Così i lembi boschivi residui, ad esempio i querceti mesofili, sono riusciti a riprendere vigore in questo ultimo mezzo secolo. Ciò è avvenuto sia perché erano confinati in aree marginali, sia perché non hanno mai avuto un utile economico. Talvolta queste comunità vegetali sono state anche “pasticciate” a seguito di improvvisate attività di rimboschimento. Comunque tutte queste formazioni (che nel tempo si spostano sempre più verso aspetti xerofili e mesofili) hanno senz’altro avuto il pregio di mantenere una eccellente copertura, con uno strato erbaceo ricco di specie, quali leguminose, composite, graminacee. Sono presenti anche molte orchidee, nonché funghi e felci, pur se quest’ultime sempre più scarse.
Un patrimonio così complesso ed antropizzato conserva ancora, oltre i valori culturali ed estetici, anche importanti testimonianze storiche e scientifiche. Per la loro tutela si è sviluppata una disciplina normativa regionale, a seguito di forti richieste (già alla fine degli anni ‘60) provenienti da circoli culturali ed ambienti conservazionistici.
Si è giunti così ad ottenere un buon risultato con precise disposizioni legislative attinenti la tutela degli alberi di alto fusto e/o di particolare valore ambientale.
Molte risultano, un po’ in tutta la regione, le piante appartenenti a classi di età ultracentenarie. Rilevante è la presenza soprattutto delle Querce, nonché del Pino domestico, del Cipresso, del Pino d’Aleppo e di importanti latifoglie come l’Olmo. Di questa specie ne ricordiamo uno per tutti, cioè il colossale Olmo di Lando, detto Olmo Bello, che si trovava nei pressi di Senigallia (28 metri d’altezza, 35 di diametro, circonferenza del tronco alla base metri 6,30).
Più precise disposizioni hanno tutelato anche specie floristiche rare e taluni biotopi.
Andrebbero certamente evidenziati i grandi condizionamenti geologici del substrato quando si passa dal calcare rupestre alla scaglia cinerea, dalle marne alle arenarie, per giungere alle argille, di diversi colori, diffuse dappertutto.
Ovviamente tutto ciò è delineato nel preciso rispetto del quadro generale: cioè delle dolci forme collinari, degli assi fluviali quasi paralleli, affiancati con orientamento uniforme, dei corsi d’acqua tutti a carattere torrentizio.
Tutto ciò, nel complesso, marca con una indubbia evidenza, il profilo e l’impronta anche estetica del territorio.
La casa rurale ha un particolare rilievo nella mezzadria in quanto è “la residenza stabile della famiglia sul campo“.
È un edificio sempre caratterizzato da una stalla, un magazzino, un forno e un pozzo.
Nel tempo evolve verso forme più complesse che indicano comunque il dinamismo dell’impresa agricola. Questa si adatta al clima, alle tradizioni, ma anche alle nuove richieste di produzione. Le nuove esigenze vanno spesso oltre i “pilastri fondamentali” dei cereali, dell’allevamento e della vite per tentare anche la sorte di nuove colture con la prospettiva di differenti sbocchi sul mercato.
Dalle più antiche case torri delle zone interne e montuose (nate anche per difendere gli abitanti), alle” palombare” per l’allevamento dei piccioni e in altre aree, all’arrivo della bachicoltura. Ne consegue la costruzione di eleganti e funzionali “bigattiere” (che sembrano derivate dall’altana classica della casa toscana).
I materiali di costruzione, sono sempre provenienti dalla zona; talvolta è evidente anche il reimpiego di resti storici, fino a quelli romani.
Persistono, oramai come “reperti archeologici” le case di terra che per loro natura avevano vita breve ed erano soprattutto la residenza dei cosiddetti “casanolanti”, braccianti agricoli molto al disotto del livello di vita dei mezzadri.
Su tutte le case la finitura esterna conferisce una nota di eleganza grazie agli intonaci, dai colori classici (giallo, rosso ed ocra).
Molto diffuso è l’impiego di pregiati “mattoni a vista” ricavati appunto da quelle argille che, dalle aree del pesarese a quelle del maceratese, vedono prosperare in loco anche una pregiata industria di laterizi.
Anche per la cottura di questi mattoni e per la gestione delle fornaci sarà necessario attingere alle risorse boschive del luogo. Al contempo il legname, anche quello destinato all’esportazione, sarà sempre più richiesto, come avvenuto, ad esempio, in epoca napoleonica. Sappiamo che in questa stessa epoca c’era anche gran fame di terra il che ha comportato, inevitabilmente, pesanti operazioni di disboscamento.
In tutte le Marche, in un territorio dove assoluta è la prevalenza delle argille per la sua organizzazione poderale, abbiamo visto come la difesa dei terreni sia stata realizzata soprattutto con un saggio e costante governo delle acque. Va anche osservato come la presenza diffusa di siepi sia stata determinante mentre in contemporanea la custodia di tantissimi alberi da legna, da foglia e da frutto, un tempo disseminati con perfetto ordine su tutto il territorio, contribuiva all’equilibrio ecologico complessivo.
Anche oggi si rilevano chiare tracce delle formazioni vegetali del passato: in diverse aree collinari sono ben visibili le cosiddette “querce camporili”. Si tratta di esemplari di quercia, in ottimo stato di salute, di perfetto portamento, che, ora isolate tra i coltivi, testimoniano quale fosse un tempo il bosco che ricopriva questi terreni.
Come ha osservato il professor Sergio Anselmi (grande studioso dell’economia della regione e della mezzadria) in una delle sue numerosissime pubblicazioni sulla campagna marchigiana, appare chiaro che il risultato sia stato ottenuto proprio per la concorrenza di “una miriade di ecosistemi economici perfettamente integrati tra di loro“.
Un intenso ricordo va anche a Renzo Paci, professore di Storia Moderna nell’Università di Macerata, che è stato definito lo “storico della casa colonica marchigiana”. È stato lui che è riuscito a ricostruire l’evoluzione delle forme degli insediamenti agricoli, attraverso il denominatore comune della “storia della cultura materiale”.
Quindi il “bel paesaggio agrario marchigiano” non è un dono, un dato naturale, ma il prodotto di secoli di intelligente e cauto intervento dell’uomo che nel tempo ha saputo lavorare e produrre, senza mai creare squilibri tali da compromettere il capitale fondiario.
In conclusione possiamo senz’altro affermare come la presenza di oltre centomila case coloniche (dati di Mori, Brigidi, Poeta 1946-1953, nella collana diretta da Renato Biasutti ed indagine ISTAT del 1934), abbia impedito quel processo di distruzione del territorio che si origina a monte, ma crea sempre, inevitabilmente, pesanti danni anche a valle.
S C H E D A
Su queste grande patrimonio storico e culturale è interessante segnalare una proposta di Legge presentata alla Regione Marche nel 1988 (nel secolo scorso, quando mi trovavo nell’Assemblea Legislativa).
La proposta, poi divenuta Legge (L. R. 26 aprile 1990, n° 33, Conservazione e Ripristino del Patrimonio rurale) dopo l’approvazione a fine legislatura, ha funzionato solo per pochissimi anni in quanto non è stata più rifinanziata e poi, purtroppo, nel 2017, anche abrogata. Questa normativa ha svolto comunque un’azione preziosa consentendo il recupero di alcuni di questi edifici.
Le case coloniche, stante l’irreversibile cambiamento delle tecnologie in agricoltura, non erano più abitate dai contadini. Quindi, partendo dal logico presupposto che non sarebbe certo stato possibile un intervento pubblico (anche soltanto per una campionatura delle più significative dimore rurali), la Legge regionale ha offerto uno strumento per aiutare i proprietari, agricoltori o meno che fossero, negli interventi di recupero.
Gli aiuti, erogati nel rispetto delle caratteristiche tipologiche ed architettoniche preesistenti, erano indirizzati alla manutenzione di questi edifici che, il più delle volte, sono costruzioni anche esteticamente molto raffinate. Edifici che comunque portano in sé delle “fragilità strutturali”, che si evidenziano rapidamente in caso di abbandono.
Gli interventi di recupero “nel rispetto delle caratteristiche tipologiche ed architettoniche” dovevano prevedere anche “il recupero ambientale dell’area di pertinenza dell’edificio” con quella che al tempo era una misura davvero innovativa (guardata anche con una certa diffidenza) come appunto la messa “a dimora di piante autoctone“.
Interessanti sono state le priorità stabilite per la concessione dei contributi che ricalcavano comunque le N.T.A. (Norme Tecniche di Attuazione) del Piano Paesistico Ambientale Regionale, approvate nel 1989, attraverso la definizione di 5 categorie, in base alla rilevanza dei valori paesistico ambientali.
Dalla metà del secolo scorso, per le note ragioni economiche e socioculturali, il paesaggio della campagna marchigiana è cambiato profondamente.
Le case sono state chiuse. I fossi, le strade poderali, le ripe dei torrenti sono state lasciate nel più totale abbandono e quindi gli equilibri faticosamente raggiunti nei secoli, sono precipitati nel volgere di poche stagioni.
Al fine di non far scomparire del tutto questo ricchissimo patrimonio edilizio, si era ipotizzato che il recupero, a fini abitativi o anche turistici, avrebbe potuto dar fiato ad un nuovo tipo di agriturismo (che poi si è visto, negli ultimi vent’anni, fiorire con particolare vivacità).
Un turismo caratterizzato da un maggior contatto con la natura, da un modo diverso di conoscere posti nuovi e che, per di più, si sviluppa in una regione, le Marche, che gode di un clima favorevole, in quanto consente la vita in campagna per molti mesi l’anno. Il tutto su un territorio comunque ricco di decine e decine di centri abitati e di piccoli paesi, che si trovano l’uno vicino all’altro ma che molto spesso sono sconosciuti in quanto lontani dalle località costiere, dove si addensa il turismo di massa, con alta stagionalità.








Questo articolo è stato pubblicato nel sito dei carabinieri, qui sotto trovate il link: