Senigallia 27 novembre 2025
estratta da:
CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN Storia e archeologia per l’innovazione CLASSE LM-84

UNIMC
TESI DI LAUREA IN Storie contemporanee – World History –
La Sezione WWF di Pesaro e il movimento ambientalista: uno studio attraverso le carte dell’Archivio di Stato
The WWF Branch of Pesaro and the Environmental Movement: A Study Through the State Archive Records
Laureando Paolo Zappelli
Relatore Prof. Federico Paolini
Correlatore Prof. Marco Severini
ANNO ACCADEMICO 2024/2025
“Questa intervista è pubblicata con licenza Creative Commons CC BY-NC-ND 4.0. È consentita la condivisione del materiale con attribuzione dell’autore, esclusivamente per finalità non commerciali e senza opere derivate o modifiche.”
- Le chiedo, innanzitutto, di presentarsi.
Sono Gianluigi Mazzufferi, sono nato a Senigallia il 27 aprile 1945, qui risiedo attualmente. Ho
fatto un curriculum scolastico normale: istituto tecnico per geometri. Poi mi sono laureato in scienze
naturali all’università di Bologna con una tesi in botanica – relatore il professor Pirola – sulla
vegetazione del monte Catria. Successivamente, quando ero già a lavoro presso l’INRCA (Istituto
nazionale di ricovero e cura per anziani) di Ancona, dove ho fatto della ricerca biomedica, mi sono
laureato in scienze biologiche all’università di Urbino con una tesi di tipo istologico, con il professor
Gazzanelli. Ho studiato particolarmente le piante officinali, conseguendo anche un diploma di
erboristeria presso l’università di Siena. Passando prima per un periodo di lavoro di ricerca con
microscopia elettronica presso il dipartimento ricerche, sono stato il responsabile insieme al
fondatore, il professor Salino Armando Memeo, all’INRCA, del laboratorio di etnogeriatria. Ci siamo
occupati delle terapie eterodosse, che vengono utilizzate in varie parti del mondo – anche in Italia –
per patologie anche normali, ma naturalmente appoggiandosi su basi scientifiche; infatti, i nostri
riferimenti maggiori erano in Germania, dove alcune terapie sono anche riconosciute ufficiali dalla
medicina di Stato. Mi sono occupato di fitoterapia, in particolare di bioclimatologia. Abbiamo
lavorato qualche anno con l’elettricità atmosferica: piccole cariche, piccoli ioni negativi, in
collaborazione con l’università di Milano – cattedra di bioclimatologia –, con una società svizzera, la
Periso, che produceva apparecchi di misura di questi piccoli ioni. Poi ho avuto una lunga parentesi –
ripetutasi per due legislature dall’85 al ’95 – in consiglio regionale delle Marche. Ho lasciato per
decisione mia e non mi sono più ripresentato in competizioni politiche di alcun tipo. Sono tornato al
mio lavoro precedente, non facendo più ricerca, ma occupandomi di assistenza di tipo …
pubblicistico, diciamo così, come ufficio stampa per il commissario dell’INRCA dal ’95 al 2000. Ora
faccio un po’ il cincinnato in campagna, ma mi occupo sempre di battaglie. Quella attuale è per una
fonte di inquinamento di rumore prodotto da modifiche strutturali dei giunti dei cavalcavia delle
autostrade. Ho fatto questa lunga battaglia … di tipo urbanistico eh, non di tipo radioelettrico, lo
specifico sempre, non per la presunta nocività delle onde elettromagnetiche, ma per le palesi
violazioni in materia urbanistica, con la ditta Omnitel e con altri che avevano realizzato questo
ripetitore della primissima rete di cellulari in Italia. Purtroppo, dico purtroppo perché dispersivo, mi
occupo anche di altri argomenti che non elenco qui, ma verranno fuori a mano a mano. - Da ambientalista, di cosa si è occupato negli anni?
Io ho cominciato occupandomi di quella che veniva detta microecologia: della modifica del paesaggio agrario, l’abbattimento delle querce, … Ho fatto la battaglia con il gruppo legato all’architetto Castelli e all’architetto Cristini, architetti del gruppo di Macerata che ha portato poi alla prima legge per la protezione delle querce e comunque delle piante d’alto fusto nelle Marche (la legge regionale numero. Ero con gli attivisti dell’ambiente di allora – che erano pochi –, con uno di questi, che vorrei
ricordare perché è una persona molto a modo: Gilberto Bagaloni, veramente un grande signore, un
giornalista e uno scrittore, che si è occupata in maniera disinteressata e veramente generosa di questo argomento. Purtroppo, come è avvenuto da altre parti, contestato dalla componente politica che anche all’interno di tutte le associazioni – partendo da Italia nostra (che ha avuto all’inizio qui nelle Marche degli aspetti da Codice penale) – ma poi anche dal Wwf. Eh … il Wwf è stato usato come braccio politico per un lungo periodo, almeno ad Ancona in particolare, anche contro di me, quando negli anni ’90 mi hanno conferito il premio Attila. Proprio ieri trovavo una lettera di Giorgio Nebbia che mi esprimeva la sua solidarietà, ma dovrei fare una pubblicazione con tutte le solidarietà avute, sto pensando a Virginio Bettini, a Giorgio Nebbia, a Francesco Corbetta, il presidente allora di
Federnatura, un nome su tutti: Dario Paccino, l’autore de: L’imbroglio ecologico, di cui ho conservato
un’amicizia intensa e fortissima, nonché tutto l’epistolario scambiato. Sono stati tra i miei sodali più
importanti, che mi hanno tranquillizzato in questi momenti difficili, che erano finalizzati soltanto alle
battaglie politiche di bassa lega. Lo si è visto poi con chi è sceso in politica, che al sottoscritto
chiedeva le dimissioni per turnare la presenza nel consiglio, ma alcune di queste persone hanno fatto due legislature successive senza battere ciglio. Ho citato Dario Paccino perché nel mondo
dell’ambientalismo italiano è stato un grande riferimento. Potrei citare la nascita della rivista Natura
e società, perché l’ho vissuta dal primo numero, come ho vissuto dal primissimo numero – non perché ero direttore ufficialmente – il Comitato interassociativo naturalistico marchigiano, che è vissuto dal 1975 al 1993 con Natura nelle Marche. Una rivista che, materialmente, era fatta su un tavolo luminoso che avevo qui sotto [ride] da Francesco Fragomeno, bravissimo personaggio che tutto il suo tempo libero e anche di più dedicava a queste battaglie naturalistiche, tra le quali una bandiera è stata quella del monte Catria. Avevamo fatto anche un libretto: Catria, fatti e misfatti mi ricordo. Catria sul quale ci siamo battuti dalla metà degli anni ’60. Allora non era ancora costituta l’associazione, ma, soprattutto con un amico di Senigallia nell’ambito del professor Paci, Carlo Reginelli, ogni tanto fondavamo un’associazione. Una si chiamava Il fischietto, che si occupava dei problemi della costa, su cui abbiamo lavorato molto; un’altra si chiamava La nuova meta; un’altra Associazione per la difesa della libertà e dei diritti dell’uomo, composta da tre persone, dobbiamo dirlo onestamente, ma che meriò l’inchiesta da parte dei carabinieri incaricati di sapere quanti soci fossero, chi fossero, quale fosse il direttivo eccetera, eccetera [ride]. Tutte erano fondate per intervenire su un argomento specifico, ad esempio lo sbancamento delle dune litoranee, anche quella una lunga battaglia che in qualche momento ebbe qualche appoggio pubblico. Una volta siamo riusciti a farci finanziare dei cartelli metallici infissi lungo la duna che spiegavano il significato delle dune. Questo non solo a Senigallia, ma anche a Fano, dove c’era un’associazione gemella: l’Argonauta, nata come associazione di collezionisti, ma evolutasi in questo settore. Noi a Senigallia fondammo – un nome lungo perché dovevamo trovare un compromesso tra le varie esigenze: natura, ambiente, paesaggio storico, paesaggio umano – con il professor Renzo Paci: Associazione per la difesa della natura e del paesaggio. Nel 1985 io, prevedendo una mia candidatura al consiglio regionale, volevo scindere la politica assolutamente – cosa che non tutti hanno fatto – dal mondo naturalistico, mi dimisi dall’associazione Pro natura e da Natura nelle Marche. Questo per far sì che non ci fosse confusione di ruoli, mentre – e questa è una precisissima accusa – molte associazioni (Italia nostra e Wwf) volevano che il presidente, il segretario o l’attivista fossero coincidenti con cariche interne delle associazioni. Tutto questo fu motivo delle mie polemiche fino all’espulsione dai verdi – sono stato il primo verde d’Italia espulso dai verdi, pur avendo io stesso firmato la richiesta per il simbolo in Olanda, pensate un po’! [ride] – nel 1987, con la grande e soddisfacente solidarietà di un uomo, che forse parlava più che scrivere, cioè Marco Pannella. - Com’è nata in lei l’idea di dedicarsi alla salvaguardia dell’ambiente e della natura?
Adesso vado su un terreno che mi è un po’ ostico … direi per una convinzione filosofica, etico-religiosa addirittura. Noi siamo … l’animale uomo, che è un prodotto del creato. C’è Geremia che dice: «Vi ho introdotto in questo giardino e ne avete fatto una terra di abominazione». La miglior cosa che possiamo fare è conservare. Conservare non vuol dire imbalsamare, vuol dire capire, per quanto possibile, i meccanismi, cercare di interferire il meno possibile: se bisogna respirare, mangiare, eccetera eccetera lo si fa, le modifiche si fanno per quelle che sono le attuali conoscenze. Il discorso della CO2 … oppure, io feci, ai tempi della politica, una grossa battaglia per il buco nell’ozono perché è sciocco liberare tutti i gas che attaccano l’ozono in atmosfera. Si tratta solo di una etica del comportamento. Forse viene anche dalla mia formazione spirituale e religiosa. Io sono contrario allo spreco: anche una briciola sulla tavola la raccolgo e la riciclo: non la posso mangiare io, ma la do da mangiare a qualcuno. E nello stesso tempo odio e aborrisco gli estremismi: gli animalisti estremi, protezionisti estremi, vegetariani estremi … non ha senso questo qui. Di ogni cosa che entra nel ciclo naturale, tendo, forse per deformazione tecnico-professionale, a valutare il costo energetico. Ecco, si discuteva con alcuni amici giorni fa della carne di agnello. “Ahh, ma tu pensa, importano la carne di agnello dalla Nuova Zelanda” poi sono andato a cercare qualche dato in rete (ci sono molte cose, molte fake, ma anche molte notizie buone) e alla fine conveniva, per bilancio energetico, l’agnello neozelandese allevato naturalmente e trasportato congelato, rispetto a quello allevato nelle Marche! [ride]. Bisogna non essere estremisti e disponibili a rivedere le proprie posizioni e le proprie idee. Io l’ho fatto diverse volte e pubblicamente, sempre pubblicamente. - Fuori registrazione mi diceva che quando era bambino aveva delle letture in casa che l’hanno
ispirata in qualche modo.
Molto sì, io ricordo per la parte ornitologica … ho sempre avuto la passione degli animali, soprattutto dei pesci e degli uccelli e avevo la fortuna di avere, acquistato da mio nonno all’inizio del Novecento, un classico della zoologia: Vita degli animali di Alfred Edmund Brehm, sono quei volumi là [indica in volumi in libreria]. Avevo i tre volumi degli uccelli, gli altri li ho avuti dopo. Scritti anche con uno stile letterario ottocentesco, dal quale ho mutuato qualche termine anche io [ride], non descrivevano soltanto l’apertura alare o il numero delle remiganti di un certo uccellino, ma anche le abitudini di vita, anche di caccia, di frequentazione, di allevamento. Poi mio padre, avendo fatto l’istituto agrario, era un buon conoscitore … forse allora studiavano un po’ più intensamente [ride] di insetti, di piante.
Le piante poi sono state sempre collegate all’altro ramo della famiglia, perché mio nonno, medico,
usava Equisetum … insomma dei farmaci che erano di origine vegetale belladonna, atropa … per cui
la curiosità di vedere a cosa corrispondesse un certo nome c’è sempre stata. Da bambino ricordo che
il mio sogno era riuscire a fare un innesto, così le piante che non servivano cercavo di innestarle. - Mi diceva anche che decise di dedicarsi all’ambientalismo con la lettura di Rachel Carson.
Ah sì, certo! Questo libricino comprato in un’edicola in stazione – perché Senigallia c’era una libreria,
ma un po’ classica – in edizione Bur che costava 300 lire mi ricordo. La Carson mi ha aperto. Un
testo scritto negli Stati Uniti con le loro esperienze, mi ha portato all’attualizzazione. Lì per lì più che
all’uomo la collegavo alla morte degli uccelli. Pensavo alle averle, uccelli insettivori che sono venuti
a calare moltissimo, come anche i rapaci … io ho avuto la fortuna a casa di tenere e allevare un falco,
un gheppio, un barbagianni, una civetta, tutti animali termine nella catena alimentare e che avevano
questo tipo di rischi [n.d.a. si riferisce all’accumulo delle sostanze tossiche – di cui la Carson parla –
nei predatori, posti in cima alla catena trofica, in cui convergono attraverso la predazione]. Lo
sovrapponevo poi alla mia attività, allora, di cacciatore super appassionato. Mio padre, a sedici anni,
mi ha firmato la liberatoria e ho conseguito la licenza. Poi ho frequentato l’ambiente degli
ambientalisti e mi hanno addirittura nominato esaminatore per gli esami di rilascio delle licenze di
caccia. Nella commissione, dei tre presenti, io facevo la parte più dedicata agli animali, altri facevano
quella dedicata alle armi – a volte anche quella io –. Ero guardato un po’ con timore perché,
apparentemente, severo, ma io dicevo sempre: “Voi venite qui per un hobby, non venite qui a
chiedermi il lavoro per mangiare. Quindi se non avete idea di quale sia la differenza tra un picchio e
uno storno, tornate la prossima volta”. - Quando decise di entrare nel mondo ambientalista e dovette scegliere un’associazione, quale
scelse?
Io la prima associazione che ho conosciuto era la Pro natura italica, il cui referente era un certo
Aristide Meschia che stava a Varese o nei dintorni. Esisteva Italia nostra e con alcuni amici, tra cui il
professor Renzo Paci e Carlo Riginelli, cercammo di aprire una sezione a Senigallia. Italia nostra
richiedeva 25 soci. Riuscimmo anche faticosamente – perché la quota era rilevante – a raccogliere
queste quote, che finirono purtroppo … qui lo dico, ma non ho le prove materiali da esibire, finirono
purtroppo ad Ancona presso un signore che si qualificava come rappresentante locale di Italia nostra, ma a Roma non arrivarono mai le quote. E questo fu motivo di grande scandalo, rimanemmo molto male con le altre persone che avevamo iscritto, tra cui una mia ex insegnante, … molto molto grave.
Dopo abbiamo avuto contatti molto buoni con Italia nostra. Il mio maestro d’università – maestro
adottato perché non ho mai fatto un esame con lui, ma ero sempre con lui – il professor Francesco
Corbetta, botanico illustre divenne poi presidente di Federnatura (evoluzione di Pro natura italica
sotto la presidenza del professor Valerio Giacomini, con la segreteria di quest’uomo meraviglioso e
mostruoso per intelligenza e capacità che era Dario Paccino). Il giorno in cui approdai all’università
io mi iscrissi all’Unione bolognese naturalisti, che era stata fondata da Ghigi, per cui avevamo un atto
referenziale verso di lui. Ghigi che avemmo la fortuna, con alcuni amici frequentanti lo stesso corso,
lo stesso anno o massimo un anno di differenza, di conoscere. Con gli altri studenti costituimmo il
Gruppo di studio delle pinete ravennati e facemmo un volantino – io ero quello che trafficava in
camera oscura – e io feci una fotografia considerata all’avanguardia, apparentemente in rilievo, dei
pini della pineta. Facemmo questo volantino per sensibilizzare alla protezione delle pinete ravennati
e il professor Ghigi ci diede un finanziamento … adesso ricordo quando andammo da lui, seduto con
questa barba bianca … di una cifra favolosa per quei tempi – credo 200 o 300.000 lire – per stampare
questo volantino e diffonderlo. Gli altri del gruppo sono diventati chi professore universitario, chi è
scomparso, uno è un grande ornitologo, uno è super competente di coleotteri e via dicendo. - Svolgendo le mie ricerche mi sono imbattuto in diversi contributi che ricordano la facoltà di
scienze naturali di Bologna. Quanto hanno pesato gli anni universitari nella sua formazione e
nelle sue scelte successive? E cosa ricorda di quegli anni?
Quegli anni sono stati di una intensità straordinaria per me. Difficili anche. Io venivo dalla formazione
di un istituto tecnico e quando sentivo parole con radici greche o latine faticavo a capirle. Ma ho avuto la fortuna di andare sempre a tutte le lezioni e ho preso i miei appunti; quindi, non ho faticato per gli esami. Non ho preso voti eccezionali [ride], ma con la tesi sperimentale sul monte Catria ho
accumulato una serie di punti fuori della norma. Non solo ho frequentato, andavo a tutte le conferenze dell’Unione bolognese naturalisti, tanto che dopo due o tre anni fui nominato nel consiglio direttivo con grande imbarazzo perché c’erano il professor Mannini, il professor Vialli, il professor Bertossi, persone di grande caratura e uno studente si trovava un po’ in difficoltà. Ho soppresso molti altri miei hobby, ma alcuni sono stati utilissimi, per esempio la fotografia. La camera oscura dell’orto botanico era mio territorio e così potevamo fare gli extra, per esempio per le pinete ravennati. - Gli anni ’70 videro svilupparsi l’ambientalismo nella nostra regione. Lei, insieme ad altri
attivisti, fondaste il Cinam e dalla metà degli anni ’70 iniziò la pubblicazione di Natura nelle
Marche. Quanto furono importanti per gli attivisti in regione?
Natura nelle Marche ebbe un’evoluzione quando passammo dal ciclostile ad alcol, che faceva 20
copie, a quello a inchiostro che ne faceva 500. Con la complicazione dell’ordine dei giornalisti per
l’iscrizione all’albo. Per quello facevamo sempre numero 0, numero 1, numero di prova per non
doverci iscrivere. Quella rivista era il sistema per collegarci. Facciamo un esempio, io ho fatto la tesi
sul monte Catria e ho avuto sempre il pallino. Questo anche perché la prima volta che siamo saliti sul
Catria è stato perché tra le mie tante passioni ho anche quella del radioamatore e per trasmettere in
vhf (su frequenze molto alte) e bisognava salire in quota per avere buoni risultati. Abbiamo litigato
con i politici della zona. Per portare dei soldi in montagna volevano dei cantieri scuola e per
giustificarli avevano inventato la questione della strada che serviva a salire sul Catria. Una strada che
assassinava tutta la montagna e che non serviva a niente, ma sostenuta dai frati di fonte Avellana con la scusa che così l’anima era più vicina a Dio. E noi, col professor Corbetta, litigavamo nel refettorio dei frati con loro, con i politici locali che sostenevano questa cosa. Da lì, unendo l’interesse dei radioamatori, degli ambientalisti (che volevano difendere questo bene comune che era il monte
Catria), abbiamo cercato di coordinare le attività. A Fano, per esempio, c’era Argonauta con Poggiani,
c’era Kronos. Pesaro aveva il gruppo Wwf con Massimo Pandolfi. Ognuno aveva la sua fissazione:
chi raccoglieva le sabbie, chi si interessava al litorale, chi dei rapaci … Massimo i coleotteri e così
via. Quindi abbiamo fatto questo coordinamento e grazie, va dato atto, a Poggiani e a Fragomeno,
che svolgeva il lavoro materiale, e ad una persona lungimirante ed umilissima di Senigallia che era
Elio Ronchini, un idraulico ed elettricista. Ci tengo a dire che aveva la quinta elementare, ma che
aveva studiato per conto suo, anche durante il servizio militare non prendeva congedo perché così
poteva studiare. E lui aveva la fotocopiatrice, una cosa che non aveva nessuno, e ci faceva le
fotocopie. Il giornale lo componevamo all’inizio in casa con il tavolo luminoso. Poi siamo andati a
farlo dai preti qui, la diocesi aveva la Voce misena e allora andavamo a comporlo là perché avevano
più tecnologie. Poi c’è stato il salto quando è stato portato in tipografia con l’offset. - Quanto sono state importanti le esperienze maturate a Bologna, con la Ubn e Natura e
montagna per il Cinam e per Natura nelle Marche?
Io ricordo che a Bologna il mito era Natura e Montagna. Lavorai con Corbetta che mi chiese di fare
la correzione delle bozze, un lavoro che non rifarei mai. Ce lo stampava Calderini, un grande editore,
e bisognava correggere le bozze la sera dalle 19.30 fino alle 21, anche alle 22. Per farti capire una
settimana fa ho pagato il rinnovo per la Ubn e tra parentesi ci ho messo: “socio storico” [ride]. Natura e montagna era un livello scientifico eccelso. Noi [n.d.a. con Natura delle Marche] facevamo invece molto cronaca. Oppure, c’era Paola Fulgenzi che faceva una rubrica per le scuole. Facevamo anche un taglio più variegato, tant’è vero che su Natura nelle Marche hanno scritto fin da subito Renzo Paci, Sergio Anselmi. Ci furono anche altri contribuiti: Franco Pedrotti da Camerino e altre persone.
Quando io mi sono dimesso preventivamente alla candidatura, non alle elezioni, alla candidatura, io
lo feci per coerenza con quanto avevamo sempre detto: noi in quanto naturalisti eravamo contrari a
fare politica. Volevamo che la facessero gli altri all’interno dei vari partiti. Avevamo anche delle aree
di riferimento diverse. Io una, Massimo un’altra. Però ad un certo momento era diventato inevitabile.
Nel 1983 Pannella venne ad Ancona e mi disse: “Allora Mazzufferi, tu farai le liste azzurre nelle
Marche” – “Come azzurre, scusa Marco?” – “Perché in Ancona c’è il mare” (Pannella era un uomo
di fantasia) – “Ma la fanno tutti verde” – “Allora sì, fatela verde” [ride]. E facemmo questa lista.
Pensavamo di poter incidere. Avevamo avuto successo con la raccolta delle firme per la legge
d’iniziativa popolare per il parco del Conero e per quello dei Sibillini. Quella del Conero poi
l’abbiamo portata a maturazione dopo che ero stato eletto. Purtroppo, come tutte le leggi che vengono
fatte in un’assemblea democratica, sono di compromesso. Io ho dei rammarichi enormi non solo per
il Conero. Una legge che ho amato moltissimo, quella per il recupero delle case coloniche, approvata
nel ’90, è stata approvata l’ultima sera della legislatura a mezzanotte, ma il relatore, che era di
maggioranza, ci ha infilato l’emendamento che faceva piacere a lui, cioè il contributo in conto capitale invece che in conto interessi. Per cui la legge è andata avanti tre anni, i finanziamenti li ha presi soprattutto chi conosceva la legge e che quindi bazzicava quegli ambienti … - Ci sono stati degli autori internazionali di riferimenti per l’ambientalismo marchigiano che ha
conosciuto?
Sì, sicuramente. La Carson, Jean Dorst, … ma poi anche alcune persone conosciute in Federnatura.
Dario Paccino, solo che politicamente … ecco [n.d.a Paccino era un marxista]. [Guardando gli
scaffali] Ecologie et biocenotique Moliner e Vignes del ’72, con prefazione ovviamente di Dorst,
questo me lo sono letto tutto. [guardando un altro volume] Augusto Toschi, è stato il relatore della
mia tesina (ho fatto la tesina sulla migrazione degli uccelli nelle Marche). Poi Peccei è stato un bel
riferimento: Cento pagine per l’avvenire. Poi tutti i rapporti del Mit; … Barry Commoner, Roberto
Vacca, Giorgio Nebbia, ti parlo anche di persone che abbiamo conosciuto. Qui nelle Marche Brilli
Cattarini, un uomo brillante, molto competente. Un uomo strano … lui insegnava in Svizzera mi pare
… poi era qui al Centro ricerche floristiche. Lui è stato un riferimento per noi nelle Marche. Se
avevamo un dubbio, ma non solo di botanica, anche di zoologia, ma anche di geologia, questo sapeva tutto. - Prima del movimento ambientalista, era già esistito un protezionismo naturalistico tra secondo
Ottocento e anni ’30 del Novecento. Lei era consapevole di questo precedente?
Successivamente, all’inizio no. Dopo sì, ci fu una sorta di venerazione. Mi ricordo quando andai a
Paradisia, un’idea di Renzo Videsott. Ghigi a Bologna era stato molto importante, era il rettore
tuttofare. Il suo allievo era stato il professor Augusto Toschi, che mi ricordo mi diceva: “Ah lei, che
ha lasciato tutti quei cinghiali!” Perché sapeva che ero marchigiano e aveva già capito che i cinghiali
sarebbero stati un disastro, anche perché erano stati portati cinghiali dall’Ungheria perché erano più
grossi e pensavano di essere furbi e di mangiarsi il prosciutto più grosso. E lui faceva finta di essere
un anticaccia, mentre io ancora andavo a caccia. E io: “Ma professore, quella là dietro che cos’è?”,
perché era la doppietta con cui andava a caccia. Dopo la scusa era che doveva andare a prendere
qualche animale da vedere. Lui era stato prigioniero degli inglesi durante la guerra, perché era in
Abissinia quando scoppiò. Era con un tecnico di Bologna, li aveva mandati Ghigi per fare gli animali
dell’Africa orientale. Quindi attraverso Ghigi, direttamente o indirettamente, c’è stata una qualche trasmissione.
Più che Ghigi, Corbetta, Alberto Silvestri, un veterinario di Forlì che è stato presidente di Federnatura.
Ghigi ci si parlava poche volte, poi era vecchio, poi è morto. Pedrotti aveva questa mania di trovare
tutti gli antenati [ride]. - Tra le battaglie a cui prese parte, quali ritiene più importanti? Sia che furono degli
avanzamenti importanti o delle sconfitte pesanti.
Su Senigallia direi la mostra Senigallia no, con Renzo Paci. Tanto per dire, recensita anche
dall’Espresso. A livello di regione, il parco del Conero, ma anche la legge del randagismo canino, non
l’aveva fatta nessuno in Italia e una fatica per l’approvazione … ma anche la legge sulle case rurali
che dicevo prima. Adesso mi viene in mente per la fertirrigazione. Mandai una circostanziata
denuncia alla Corte dei conti – non pensavo lasciasse le maglie larghe – e invece non ha nemmeno
istruito la pratica. Questo su un impianto che valeva 9 miliardi e 900 milioni di lire con i fondi Fio
nel 1986. L’impianto avrebbe prelevato l’acqua dal depuratore di Senigallia e la portava per nove
chilometri lungo la valle del Misa. E invece fu una delusione. Una delusione grossa è stata quella di
vedere l’ambientalismo usato come cavallo di Troia per entrare in politica. E questa delusione me
l’hanno data anche dei ragazzi giovani. Grandi delusioni … poi io non mi sono mai illuso troppo. Mi
ricordo quando nacquero le regioni, io ho pensato: “Una grandissima cosa”, subito dopo ho cambiato idea. Le regioni non dovrebbero esistere, o al massimo tre o quattro macroregioni. Perché che senso hanno le leggi nostre … sulla raccolta dei funghi, non so, se sono sul monte Cucco e se sono di qua sono in Umbria e se sono di là sono nelle Marche? Questo moltiplicato ovunque. Io ho dovuto litigare con un verde tanto bravo di Fermo che però non voleva avere nulla a che fare con Ascoli Piceno.
“Dovresti attaccare questi manifesti elettorali ad Ascoli Piceno” – “Ah no, no, io li attacco solo a
Fermo” … Il Conero anche. Il primo presidente, per una serie di motivi sarebbe dovuto essere il mio
braccio destro, Carlo Reginelli. Il Pci con la riunione alla sera alle 21, alle 20.45 ha deciso di mandarci
Mariano Guzzini perché non era più presidente di provincia. Ma lui era un marziano sul Conero, non
distingueva una pietra da un albero, ma era l’uomo di fiducia del Pci. E lì lasciavano al Pci, così
magari la Dc da un’altra parte in Ancona, non so, avrebbero fatto un’altra cosa, funzionava così. La
delusione grossa è stata la magistratura. D’altronde io continuo a credere nello stato di diritto e del
rispetto delle leggi … Poi c’era qualcuno più propenso al compromesso, come Corrado Piccinetti del
Centro di studio di biologia marina di Fano per esempio. Era bravo perché riusciva a mediare. A
Senigallia c’era la questione delle vongole … anche perché i vongolari era gente cattiva … io sono
stato ufficiosamente – io non lo sapevo, ma poi me l’han detto – sotto scorta tre o quattro mesi perché ai tempi della regione c’erano due temi caldi: uno era la caccia, ma per cazzate proprio, e uno un po’ più serio con i vongolari. Tra di loro si fanno gli attentati, la bombola del gas … roba così. Vanno a pesca dove vogliono, ogni tanto la capitaneria ne prende uno, però di solito quando esce la
motovedetta li chiamano e tu ti sposti di là … Ai tempi delle mucillaggini la piccola marineria era
azzerata. Fu fatta una legge – era l’89 mi pare – che dava un contributo a questi pescatori perché non potevano lavorare. E allora: “Quanto diamo come contributo?” – “20, 40 milioni” – “No, ho detto,
faccio l’emendamento: contributo in ragione del 90% di quanto dichiarato nell’ultima denuncia dei
redditi” e ovviamente non è stato approvato al momento. Questo perché la denuncia dei redditi …
delle vongole che prendevano se ne mandi tante a Milano, magari la fai pure la fattura, ma quelle che vendevano qua no. Così dicevano: “Eh, ma noi siamo poveri”. E allora arrivava la Digos di notte e
vedevo i faretti che controllavano qui a casa. I miei figli tornavano a casa e mi dicevano: “Oh, ma sai
che ho sentito a comprare la pizza i cacciatori che dicevano che a Mazzufferi gli fanno un culo così!”
[ride] Chiaro no? Tu fai l’emendamento per l’apertura della caccia: “Allora, apertura il primo
settembre” – “No, facciamo apertura il 15 settembre”, oppure, io avendo avuto la scuola dei radicali
[ride] facevo: “Caccia ad appostamento fisso, va bene, però limitiamo l’orario” – “E no Mazzufferi,
come si fa?” – “Che vai a caccia tutto il giorno? Facciamo ad appostamento fisso limitatamente nella
fascia oraria dalle ore 12 alle ore 13” [ride] era una provocazione, capito? - Quindi quanto ruotò attorno alla politica fu particolarmente complicato …
Eh sì. In dieci anni di consiglio regionale ho saltato solo una seduta. Mi ricordo che Pannella e gli
altri [n.d.a. dei radicali] ci avevano detto: “Guardate, bisogna che voi altri fate le cose a ferragosto
perché i giornali non hanno nulla, uscite di sicuro”. Allora un ferragosto, con Carlo Reginelli,
avevamo solo un’interrogazione che avevamo fatto sulla presenza della lontra nelle acque dei fiumi
marchigiani – na roba che solo Pandolfi stava dietro [ride] –. E i giornali, il giorno dopo … la Gazzetta
di Ancona, edita da Longarini – costruttore –, in prima pagina grosso così: “Secondo Mazzufferi è
indispensabile il ritorno della lontra nelle Marche”, ma non avevano manco letto l’interrogazione,
capito? Però è uscito il nome mio in associazione della lontra. - Occupandomi soprattutto del Wwf nel mio lavoro di tesi, le chiedo: quanto ritiene siano state
importanti le attività del Wwf per la difesa dell’ambiente nelle Marche?
Allora, fai conto che io sono stato iscritto al Wwf fino al giorno in cui è diventata presidente la
Susanna Agnelli [n.d.a. 1978]. E mi ricordo che avevamo fatto una specie di fotomontaggio con
Susanna Agnelli sdraiata su una pelliccia o una cosa così. E mi ricordo che ero insieme a Marco
Moruzzi di Ancona, scrissi che mi dimettevo dal Wwf perché questo modo di cooptazione di Susanna
Agnelli proprio non mi piacque. Comunque nelle Marche posso dire che ho una valutazione molto
positiva del Wwf fino all’inizio degli anni ’90 – fino a quando Massimo è stato in consiglio regionale
–. Dopo, per la questione cave, ho avuto la sensazione anche il Wwf fosse stato … plagiato è un
termine eccessivo, ma un po’ succube delle valutazioni politiche perché erano entrate certe persone.
Lo stesso era successo in pro natura massicciamente. Da noi, all’Associazione di difesa della natura
e del paesaggio di Senigallia hanno fatto delle cose gravissime. Hanno schedato i soci, preso gli
indirizzi … una cosa gravissima. Poi non li ho seguiti più direttamente, al di là del rapporto che avevo
con Massimo, ricordo ancora l’ultima che è venuto qui in giardino. Eravamo sotto la pianta di Cornus
mas – lui si era fissato negli ultimi anni con le cene medievali, ste robe qua [ride] – e ha trovato i
frutti e lui: “Ma questi sono importantissimi” e io: “Ma fanno schifo” – “No, ma questi messi dentro
l’anatra o il porcellino …”, così. Io con gli amici dell’università organizzavo ogni due o tre anni,
l’ultimo nel 2021, il primo nel 1975, un raduno degli ex studenti di Bologna. L’ultimo quando c’è
stata l’alluvione e quello che sta ad Arcevia m’ha detto: “Tu per mezz’ora non m’hai ammazzato” –
“Ho fatto male i conti” perché è arrivato e ha straripato tutto [ride]. Oltre Massimo, l’altro che era
super Wwf – gli altri erano più dubbiosi – era ed è tutt’ora Leonardo Senni, grande cultore dei
coleotteri. - Che futuro immagina per l’ambiente nelle Marche e per il suo movimento ambientalista?
La situazione ambientale nelle Marche, malgrado una netta ripresa dovuta all’abbandono dei terreni,
è pesantemente degradata. Pensa alla fauna, che è molto cambiata. Non ho più visto un’averla,
insettivoro per eccellenza, quindi qualche problema c’è. Io qui ho avuto per il secondo anno un nido
di poiana con i piccoli caduti dal nido, portati da Angelo Giuliani, che adesso dirige la parte veterinaria
della Usl ed era nel giro di Pandolfi. Devo dire che da ragazzo le poiane non le vedevo, ora le vedo,
e sono all’apice della catena vegetativa e farebbero sperare bene … Per quanto riguarda i movimenti,
io ho tagliato tutti i ponti, quindi darei un giudizio non fondato. Vedo quelli che vanno in giro con le
reti per la cattura – anche io l’ho fatto da ragazzo – per il laboratorio di biologia applicato alla caccia.
Ci sono sicuramente delle persone molto preparate, meno autodidatte di un tempo. Però a livello
associativo, al di là dell’escursione, della passeggiata del pranzo o la cena – anche noi facevamo le
cene vegetariane cose così – però non lo vedo così entusiasmante. Questo perché bisognerebbe poi
tradurre l’impegno in azioni politiche. Allora potrebbe bastare solo una maggiore cultura naturalistica
in senso lato negli amministratori pubblici, che non può essere che ci sia, ma allora non si devono
affidare a consulenti che siano prezzolati. Nel senso che fanno i consulenti tutta gente che prende un
sacco di soldi. Io posso dirlo per certo perché per il fitodepuratore di Ripe [n.d.a. comune
nell’anconetano] mi avevano offerto 5 milioni di lire e io ho detto: “Non ci penso nemmeno”. E anche
l’università. So di Bologna e Ancona diverse cose. Se fai la consulenza come università, poi vieni
retribuita. Io queste commistioni sono dell’idea che non ci dovrebbero essere. Tutti hanno interessi.
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